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Maurizio, parlaci della tua idea di scuola: come vorresti che fosse? La scuola. Partiamo con una domanda facile facile. Non so. Non ne ho idea. Non ho la presunzione di dire che io farei così, e che il mio così è giusto e sono sicuro che è la strada migliore. Non ce la faccio. Vorrei sapertelo dire, ma non sono così. So che i ragazzi si aspettano da noi alcune cose: ci vorrebbero all'altezza della situazione. Vorrebbero sentirci dei professionisti, sapere che di noi possono fidarsi. Sento che i ragazzi hanno bisogno di una scuola che li meravigli: le interrogazioni sono soltanto tristi interrogatori. Le aule con quei banchi antichi mi addolorano, come mi addolorano i musi lunghi di docenti frustrati che entrano in classe per alimentare il divario tra loro e gli alunni. La scuola dovrebbe segnare positivamente, dovrebbe donarsi, i ragazzi dovrebbero sognare un apprendimento detto "classe capovolta": a scuola dovrebbero divertirsi a imparare; spesso invece crescono soli, nel dolore, non provano nemmeno più a cercare uno sguardo di comprensione. Per insegnare occorre amare ciò che si insegna, altrimenti è un bluff, se ne accorgono subito. Ma non sono sicuro che queste ricette possano migliorare la scuola. Certo, qualcuno dovrebbe fare immediatamente qualcosa per cambiare tutto quello che si possa cambiare: le aule, gli spazi per il gioco, per l'apprendimento tramite la meraviglia, la prossemica, la durata delle lezioni, il tempo da trascorrere a scuola in attività reputate oggi fuorvianti ma che invece sono determinanti per la crescita. La scuola è il luogo in cui tutti si mettono in gioco, stanno sulla scena, sono cioè al riparo dalla vita di fuori, dal mondo che vive, perché sono impegnati a stare nel luogo in cui si dovrebbe apprendere piano piano a essere: si dovrebbe curare l'animo con i sogni, con i desideri, si dovrebbe mettere al bando la bocciatura, ché fa male all'animo. La scuola è la salvezza dal nostro inferno quotidiano: è curiosità, stupore, tentativo, pensiero libero, scrittura. Vorrei insegnare fisica per entrare ogni volta in classe lanciando una bottiglietta a terra per simulare il big bang, per vedermeli davanti sbalorditi, quei nanetti con emozioni giganti. Mi piacerebbe insegnare fisica perché la scienza è la poesia del futuro. Non potrò mai domandare date di nascita e luoghi di nascita a memoria.

Tra i tanti scrittori che hai letto qual è stato quello che più ti è rimasto nel cuore, che ha influenzato il tuo pensiero? Certamente Giorgio Saviane, lo scrittore di un romanzo poderoso e necessario come Il mare verticale, questo viaggio nel tempo allo scoperta dell'uomo primitivo, un romanzo saggio con una scrittura innovativa per quei tempi, cioè i primi anni Settanta.

In Italia, l'università è sempre più burocratizza e cattedratica, quali criteri si dovrebbero adottare secondo te per renderla più 'umana' e accenderla di vera passione per il sapere? L'università in Italia non è per niente universale. È fatta di particolarismi: di potentati di fronte ai quali cala un gelido silenzio. Si pensi a quanti figli di rettori e presidi di facoltà abbiano intrapreso la carriera universitaria con successo. I figli di nessuno, invece, sono considerati rompiscatole.Va detto pure che accanto al potere dei baroni universitarima più marginale vi è una pletora di giovani e, soprattutto di ex giovani, ai quali è stato negato l'accesso alle porte della ricerca che probabilmente sono costretti a gravitare attorno a quei baronifici per sentirsi ancora utili, per nutrire ancora qualche speranza.

4. Sappiamo che i tuoi alunni ti adorano e ti ritengono un amico e una grande guida. Descrivici il tuo rapporto con loro, la tua esperienza in classe: emozioni e opinioni. No, non mi adorano, per fortuna. Avrei paura di essere adorato. Sarebbe un fallimento per me, per la mia idea di scuola. E non penso nemmeno di essere un professore amico. Tengo invece alla distinzione dei ruoli. Solo mantendendo la giusta distanza si può entrare in classe consapevoli del compito gravoso e difficilissimo che un insegnante deve svolgere ogni giorno. Detto questo, parola chiave imprescindibile della pratica dell'insegnamento è per me la meraviglia. Quella meraviglia che occorre accendere negli occhi degli alunni perché imparino a scoprire la pratica euristica dell'imparare.

5. Infine, dicci della Tua esperienza non solo da docente ma anche da Scrittore. Cos'è la Scrittura Maurizio? e soprattutto, secondo te perché è fondamentale leggere? Sappiamo che i tuoi libri "Mappa per scrittori a fondo perduto" e "L'interazione strategica applicata al romanzo..." sono stati molto apprezzati, anche a Torino... Se i miei libri sono stati apprezzati a Torino il merito è soltanto il tuo, perché so quanta passione metti nelle cose e quanto tempo dedichi agli altri. E così è stato con me. I miei libri sono soltanto una inezia nell'oceano sconfinato del sapere. Non meritano grande spazio se non quello che merita la scrittura in sé, questa magia dolorosa che non ci fa scendere a patti con noi stessi e che ci sfianca dolcemente fino a lasciarci imbrattati di dolore, con una cognizione di esso quasi gaddiana. L'invito è rivolto ai ragazzi: non cercate scuole di scrittura. Usate la scuola, i compiti in classe, per incendiare le pagine, per urlare chi siete, e che cosa volete.

Mi permetto di aggiungere, avendo avuto l'onore e la fortuna di esser stata alunna di Maurizio Marino, che se oggi molta della carica che infondo nello studiare, molta della passione e della voglia di sapere, conoscere, di cimentarmi sempre in nuove e esperienze mi aiuta a realizzarmi e a dare, la devo alla gioia esuberante che lui è riuscito a trasmettermi attraverso i libri, l'umiltà e la sete di diritti che è giusto reclamare nel momento in cui ce ne privano. Sia insegnando, sia mediante i suoi stessi libri, vergati sempre con l'umile tratto potente dello scrittore, che di se stesso vezzo non fa mai, dona soltanto, a cuore aperto, al mondo, una meravigliosa ottica entro cui filtrare, fatta di parole, cultura e gentilezza. Se la scuola italiana, avesse avuto almeno un insegnante come lui in ogni aula e meno docenti cattedratici e ancorati all'infruttuoso "nacque-visse-morì", le cose sarebbero molto diverse. "Molto diverse" in meglio. di Chiara Nirta.