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La Scrittura ha una soluzione per tutto, ma anche un'accusa per tutto, fa parte del suo relativismo a cui appone equazioni di due parole che rendono valevoli qualsiasi iperbole, qualsiasi bugia o verità. Un 'Così è se ti pare' e Verità rimane muta pur sciogliendosi in fiumi pieni di verbosità liquefatta. Se scrivo usando la sottigliezza fittizia dell'autobiografia celata nascondo la mia voce vera, se lo faccio divento egocentrica, ordunque! Sono una relativista simpatica, opto per cosa mi pare e a voi le ardue sentenze. Ero in pullman e i miei occhi frugavano i passeggeri.

C'era qualcuno, anzi ognuno di loro che aveva in dosso qualcosa di perfetto, delle labbra carnose incastrate antiteticamente nell'incasso di una fronte pronunciata e scimmiesca, occhi azzurro-mare nascosti dietro nasi aquilino, barbe curate tappezzanti visi grassocci, qual bellezza pura nell'imperfezione! E dove si nasconde bizzarramente l'arte! Forse ché bisogna averla dentro la meraviglia e il fuori è solo un eterno muro su cui si proietta il miscuglio di ciò che vogliamo vedere o desideriamo. Gli occhi all'insù oltre al finestrino, cercavano poi di far breccia nella cappa di nembi ch'è il cielo di Torino. Cappa frantumata in punti da cui spira il sole soggiogato dal grigio. "Esci sole, esci sole, esci sole, che ti canto la tua ode. Apollo padre, che a Dioniso ti contrapponi, non sai che mi controbilanci? Esci sole, esci sole, esci sole, Apollo, padre, mi abbandoni in croce? I figli tuoi sparsi per la terra sfatti in un boato di dispersione!, esci sole e accendi in me il lume che s'è spento, non posso solo vivere del dio del vino, del capriccio del vento." Gli abeti perfetti nelle geometrie triangolari dei rami a caso, fanno gola alle piramidi sudate con fatica per accaparrarsi quella forma, mentre la natura a caos è perfetta e gli anagrammi svelano identità solo per i pazzi che nelle parole ci muoiono e disintegrano la loro logica per un'aria senza senso decantata nei viali degli ubriachi. I romanzi si vengono costruendo nelle forme estemporanee di una passeggiata, s'incagliano in testa e urlano l'istituzione sulla carta. La testa mi rimane appesa nel vuoto, con gli occhi penzoloni sui piedi che sembrano un baratro profondo quanto la lunghezza che si protende presuntuosamente oltre le colonne d'Ercole: Un otto capovolto, ininterrotto su se stesso. E poi penso per un'analogia che non so donde viene all'eterno ritorno che si spezza lasciandoci in qualche vuoto su misura, strascichi di nuvole sospinte da un dejà-vu ventoso che spira dall'ignoto, siamo questo a tratti. Masse indistinte di vite che a guardarle grezzamente diresti "gente", a sentirle col cuore diresti "storie", "idee", "paure", "orrore della morte", "qualcuno che ha vinto", "quell'altro che ha rinunciato", "qualcuno che ha ammazzato", "qualcuno che è salvatore", e poi confluisce tutto quanto in una unica parola pudica e universale: "pietà". Abbiatene! La testa mi è ricaduta nel vuoto, e le vene pulsavano assai quando Monami mi ha risposto "ho tatuato la rosa dei venti perché ho la frenesia nel sangue, ogni direzione è quella giusta", lo ha sul polso il suo simbolo, su una vena che gli tamburella sangue più delle altre come per trattenere le scosse della corsa "il mio sarà un ragno, una taranta, Monami!, ha otto zampe, otto direzioni e tutte sono la stessa strada in milioni di combinazioni, ci ritroveremo: nel caos ci si ritrova sempre, è nell'ordine che ti prestabiliscono che non ti riconosci e non riconoscerai, sii vivo e scappa sempre, non tremare Monami, col tempo si controlla la smania paurosa che ti inghiotte gli occhi, ma non fuggiamo perché siamo vigliacchi, spargiamo pel vie colore e inquietudine nelle feritoie entro cui il mondo pensa di rinchiudersi in una campana di vetro, per proteggersi dalla vita e invece si segrega col nemico, l'Immobilismo. Chi brucia si consuma sempre troppo velocemente e la catastrofe è che tutte le scuse che adduciamo a questo morbo tossico, non hanno realmente alcun senso: un tappabuchi al cielo che vorrebbe arginare aria. Vorrebbe...