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Nelle città dove il grigiore si impone sul sole, noi emigranti cercavamo di scorgere quei raggi che un tempo la nostra pelle assorbiva, ma qui il sole era solo una macchia livida. Sembrava una tinozza rovesciata.

Lo smog si azzuffava alle perenni nubi, i clacson ci sbaragliavano nella realtà di un mondo troppo meccanico, raggelato e frenetico. Noi al mattino un tempo ci svegliavamo nei paesi con l'odore invernale della salsedine nelle narici, andavamo a controllare i bambini, che non cadessero dai muretti diroccati. Siamo noi quelli costretti a emigrare da una terra bellissima che ci ha cresciuti con l'autunnale fragranza di arance e mandarini. Dobbiamo presto scappare dalla Madre che ci ha cresciuti perché non riesce ad evolversi, che non possiede più le risorse per crescerci adeguatamente, ma a causa nostra: noi figli la uccidiamo, la deturpiamo, crediamo di poterla adattare alle nostre arroganze, crediamo che sia la spazzatura in cui si debbano accumulare le nostre incapacità di stare al passo col senso di legalità degli altri luoghi. La mafia che sputa sulla nostra Terra, che se la rosicchia ben bene con l'omertà vorace corrodendola fin nel midollo, e noi rimaniamo gl' indiretti sgarri di un'accondiscendenza stomachevole. La nostra regione è fatta di gocce di mare, di tradizioni e linguaggi possenti, di sapori robusti e leggi più umane, forse meno legislative, la nostra Terra è un caos alla buona, ma non è possibile maltrattarla e farne la nostra personale frustrazione, non è possibile soffocarla di detriti e menefreghismo, la nostra Terra è la perla agreste e composita delle civiltà che furono, dei giganti che la calpestarono al tempo dei latini, sempre con un passo meno greve e irrispettoso dei suoi stessi abitanti.