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Certe notti le donne non dormono, certe notti anche se hanno la schiena spezzata, le gambe stanche, la testa in rovina e il sonno lo sentono avvicinarsi come una piccola morte necessaria, uno stacco rigenerante, non dormono: piangono.

Dal di fuori diresti senza motivo, rimangono con il trucco stuprato e che chiazza loro la pelle del volto sgualcito e racchiuso in una smorfia di dolore, come un pagliaccio triste, come un pulcino arruffato e disordinato, sporco. Qualche volta anche gli uomini lo fanno, ma con un contegno più greve, in silenzio bagnano le lenzuola, senza che nessuno se ne accorga, come se il letto custodisse quel frangersi di vergogna e lacrime e il mondo dovrebbe starsene zitto per non rivelare il loro tallone d'Achille. Pure il valoroso Achille pianse per Briseide, forse... e il suo Tallone non era più un tallone, la sua debolezza era al di fuori di lui, era lei... ma l'epica ci vuole immuni qualche volta da sentimentalismi e allora diventiamo fintamente spartani. Piangono senza motivo, dal di fuori senza motivo. Eppure qualche volta si piange per una cosa e sotto il sostrato di quella apparente ci si sfoga per altro. Ci si scioglie in singhiozzi strani, che hanno a che fare col dolore di tutto il mondo. Non ce ne accorgiamo, ma il dolore si assorbe in modo strano, siamo abituati e allenati alla convenzione, alla borghesia, al necessario, fingiamo che niente ci leda, che non ci scalfiscano molte situazioni, perché l'istinto di sopravvivenza ottempera al suo lavoro, ma accade che qualche volta si dimentichi e subito intingiamo noi stessi nell'immedesimazione dell'altro, è qui che si comincia ad essere davvero esseri umani. Una condivisione del dolore incontaminata e necessaria, non dettata da religioni e moralismi, forse da un riflesso netto, inconscio e impercettibile che ci trascina a guardare a occhi sgranati una ferita che non è nostra. Provo ad immaginare una scena. C'è un uomo in ospedale. E' malato. E' malato terminale. E' malato terminale e lo sa. Lo sa che deve morire, perché è conscio. Allora ad ogni scossa del suo corpo comincia a spaventarsi, di sentire la morte salirgli al cuore, ora è pronto, cerca di farsi una ragione, ora piange perché lo sa, che deve morire e non vuole. Si dispera, guarda i figli con una voluttà strana, avidamente con uno strazio di dolore disumano, perché da un momento all'altro potrebbe essere l'ultimo suo sguardo, allora vuole spenderlo così l'ultimo fotogramma di questa vita. E' lì nel suo lettuccio, bianco come le lenzuola, impaurito, stanco, si lagna, il suo morale è disintegrato, nullo. La speranza è troppo distante anche solo per acciuffarla un secondo. Allora provo a immedesimarmi, provo ad assaporare quel dolore che è tragedia, quei secondi interminabili che sembrano anni e invece sono ancora cinque minuti. Allora piango e credo che questa vita sia troppo breve, ingiusta e falsa. Penso che questa vita non sia stata voluta da Dio, che ce lo siamo inventati, ce lo siamo plasmati ben bene Dio e tutte le sicurezze che mai potremmo avere, le abbiamo dotate di simbolismi e strade che non hanno asfalto. Eppure ho rispetto per tutto questo, per la gente che ci crede, che ha bisogno di credere, perché il cuore glielo detta. Se esiste be' tanto meglio, ma se non esiste esiste lo stesso, ecco perché è Dio e ha vinto anche se non c'è, perché la gente ha bisogno di lui, in un modo o nell'altro. Dio vince come vincono gli amori impossibili, non ci sono eppure pesano, la presenza l'avverti nell'assenza: un controsenso strano del destino, in necessità immensa al bisogno egoistico e bellissimo di stare in qualche modo a galla. E' per questo che la vita deve essere Amore, perché siamo dei condannati a morte, tutti quanti. Come cazzo pretendete di trovare tempo per l'odio e il rancore? Ma non lo vedete quanto siamo piccoli? I vostri umori, le burocrazie, il temporeggiare, cosa sono? Raffrontiamole ai pianeti, al tempo, alle ere, allo spreco di vite e sensazioni passate ormai sottoterra: nulla. E siccome col nulla bisogna andarci d'accordo perché nulla è la vostra vita, eppure è tutto quello che avete, tutto quello che abbiamo, allora rendete questo fottuto nulla Amore. Andatevelo a prendere il vostro Amore, andate a sanare i rapporti che si sono sdruciti, siate più forti del nulla vuoto, fate rumore, colmate d'Amore ogni cosa, abbandonate l'odio, non c'è tempo. Tic, toc, tic, toc, tic toc! Non siamo infiniti, lo siamo quando Amiamo, quando il tempo si dilata e ci confonde in una comunione con l'altro. Quando ci immedesimiamo, quando patiamo con gli altri. Guardatela bene la gente che vi passa accanto, ogni giorno, ascoltatela bene, perché la loro storia è anche la vostra, non giudicatela, le etichette servono a collocarci in un tempo e in uno spazio, ma non devono dividerci, altrimenti non serve, siamo morti prima di morire, abbiate pietà... Amate. Non c'è tempo per l'odio. Certe notti le donne piangono in modo strano e scomposto, isterico, più plateale degli uomini, ma è lo stesso dolore: Si sono immedesimate o amano. Ma almeno sono vive. Il mascara appiccicato al cuscino...