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Scrivere con la rabbia dentro, tentare di spiegare a se stessi quale parte del sistema nervoso è andata in fumo e quale fra tutte le emozioni è stato il terribile gladiatore che ha reciso le gambe alla mia stabilità.

Ero dispersa fra le nubi di Sestriere, ero dispersa e non volevo ritornare fra i miei pensieri, che non sono liberi, non sono miei, neppure le decisioni, sono l'effetto collaterale delle vite che hanno fatto passerella o sono rimaste per inerzia incagliate nella mia. Traggo la somma e vedo che sono meno delle formiche che nutrivo nei prati da bambina e che mi hanno insegnato la coalizzazione e il senso di fratellanza, traggo la somma deducendone che ciò che diventiamo lo dobbiamo alla nostra capacità di osservazione, alla nostra capacità di sentire, ai sussulti voluttuosi ed esibizionisti dell'amore... ma quale libertà ci è concessa? Proprio nessuna, le oppressioni sono come le gabbie d'oro del canarino che agogna la libertà, quando l'ottiene è finita, non sa gestirsi, né regolarsi, e così ritorna miseramente da dove è giunto, perché è un conoscitore degno solo dell'asfittico che lo rinchiudeva, dopo aver speso tutta la vita a lottare per qualcosa che non valeva così tanto, se non il percorso d'arrivo. L'arrivo alla fine di ogni inizio. Le prospettive cambiano faccia in un battibaleno. Non affidarsi alla certezza è l'unica certezza che mi preserva dalla follia ottenebrante. Mi ero dispersa a Sestriere e il Sud per la prima volta mi mancava meno, era una ferita più sopportabile, più concreta e meno dolorosa, ne sentivo i bordi incancreniti, percepivo il loro sollevamento e quindi le immaginavo rimarginarsi, gonfiarsi e sanarsi, il Nord freddo e col cielo squarciato da sibilanti nembi che si mischiavano e si allungavano filiformi come le Serpi di Santo Paolo in Salento era casa mia. Le radici sono tremendamente scomode, il loro richiamo si palesa ovunque e nel bel mezzo del tuo bisogno di smarrirti, ti riportano prepotentemente verso casa per aiutarti a ritrovare te stesso. Ma perdersi è più fruttuoso e lecito che ritrovarsi, ritrovare cosa? Siamo delle piccole e infinite scaglie di instabilità sparse per ogni dove, di mani ne abbiamo solo due però, ricomporsi è un gioco cruento e sadico perso in partenza. L'alternativa è corrompersi con la convenzione e sentirsi morire, sanguinare frustrazione, incarognirsi contro il proprio sé. Così non agisco mai come si dovrebbe, ma come reputo familiare, come l'emozione suggerisce e le montagne di Sestriere denunciano bene la piccolezza dell'essere umano e l'esigua ed inutile paura di essere mal giudicati per la strada imboccata d'istinto, nel modo più veritiero che possiamo. Troppa grandezza smorza, ci fa sentire una nullità per fortuna, così il coraggio subentra e l'importanza e il senso sono un'optional. Sono una ricercatrice e questo implica la sovversione, la domanda perenne che non permette la pace, che non si appaga della spiegazione, dell'approssimazione mediocre dei 'forse', sono la preda preferita dell'instabilità, la tarantolante corsa di quei dannati che agiscono sempre col fiato sul collo e il cuore in gola. Lo sento il mio cuore tamburellare, sbattere, quando sono prona sul letto, lo percepisco attraversare le fibre delle lenzuola, dimenarsi e propagarsi nel tessuto fin dentro l'interno dei miei neuroni, sparpagliarsi fulmineamente nei filamenti dei miei muscoli, nel rosso docile della mia carne. Mi ero smarrita a Setriere, nel verde indistinto delle mille betulle e dei pini, che dal mio lontano erano chiazze d'ossigeno e libertà, gocciolava brina e il vento gelido la pungeva, rabbrividivo al pensiero nella mia felpa, accentuato il tutto dalla cognizione che di solito i ferragosto erano in costume al mare, ma la vita è questa, è tutto quello che non ci aspettiamo... E' tutto qui.