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'E mi ricordo quando pensavo che 'buono' e 'cattivo' fossero cose distinte e separate, qualcosa di contrapposto, e invece oggi so coesistere in una danza che è alternanza. Non siamo una persona sola, non siamo nulla di ciò che pensiamo essere, se non un eterno ritorno di comportamenti che notiamo nell'altrui vita splendere quando guardiamo bene, rispecchiandoci senza farci caso, quando il caos ci costruisce così.

Mi ricordavo delle luci soffuse del Sud, calde e azzurrine di sfondo a un tramonto nostalgico, morente sul mare, gocciolava sangue sulle onde. Mi ricordo di aver percorso delle tappe e dei tragitti in compagnia di qualcosa o qualcuno, e poi di averle percorse in solitudine, senza senso, senza significato, e faceva male vedere il vuoto dove avevo visto l'Amore, dove avevo visto l'attesa di un compimento e adesso mentre l'anima attendeva io non m'aspettavo più niente. Paesaggi e luoghi facenti parte di una complicità, alcove di un evolversi, ora solo posti di contorno per altre vite, per altre persone, che non erano più le mie, che non erano più io. Mi ricordo di aver visto disintegrarsi per colpa delle agitazioni che mi si muovevano dentro, le poche incrollabili fondamenta che desideravo rimanessero intoccate, e invece caddero eccome, con un tonfo di dolore senza suono. Una sospensione alla speranza, un camminare senza meta. C'è un uomo sordomuto sui treni che battono la schiera di casette bianche di una costa del Sud, viaggia da quando è giovane giorno e notte su quei rottami, non smette mai, comunica con tutti, ama all'istante ogni passante ma non s'affeziona a nessuno, combatte il transitorio colle sue stesse armi, non si lascia sfaldare da ciò che se ne va 'è tutto un percorso' mima a gesti, l'ha capito... è l'attaccamento alle cose che ci fotte, la componente degenerante e matura che poi scoppia di colpo e ci sperde lontano. Non sono mai stato un portento a comunicare, non riuscivo a dire come tutti, semplicemente: 'è che mi manchi, è che se ti allontani io soffro e non so trattenerti, perché non sono una cima a mantenere le cose senza contatto sospese solo in un angolo di 'forse', senza prima rantolare, senza sentirmi morire per il senso di impotenza, e allora dovevo attaccare come un mastino, dovevo sentirmi gli occhi iniettati di sangue e l'ira pervadermi, il furore dell'incomprensione smuovermi, fino a rovinare tutto. Si finisce sempre così, con la rabbia bavosa a penderci dalla labbra, con la pelle furente a caderci dalla faccia come lebbra, con la cattiveria a spianarci l'incapacità di trattenerci e con il senso della perdita nata da una incomprensione inutile, non sono mai stato un oroglioso, ma non mi districavo con facilità dal nodo del perdono, eppure Baricco ad oggi m'insegna che occorre lasciarsi alle spalle una valigia in ogni dove con la scusa di tornare a riprendercela. Mi ricordo che m'attendevano i fiori la notte per esempio, mentre tutti dormivano discorrevo con il creato, e con dentro la mia valigia molta vita rimasta inespressa per paura. Menomale che il tempo rende il perdono una naturale conseguenza, qualche volta. Non sono mai stato un uomo senza le sue rogne, anzi come i cani bastardi mordo, ma non voglio azzannare è un modo di baciare strano perché sono munito di denti aguzzi e poche labbra, so baciare dilaniando e così rimango solo, senza inseguimenti, mi lasciano perdere nella mia pazzia cifrata male, ed è meglio così. Sono un uomo arreso ma non arrendevole e incapace di rielaborare bene i miei dolori che scoppiano nel demone della chiusura, di un individualismo introverso ed esasperante, mi rimangono accanto le mie ombre soltanto, le poche volte che il sole mi purifica da ess,e ho il privilegio di guardare l'apparente bella vita degli altri, sorridere di nascosto di quella gioia di cui m'approprio per qualche istante, e sentire l'odore della salsedine.'

Chiara Nirta