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Arrivai affannosamente a Sud. Non appena varcai il confine mistico-meridionale l'aria mi si serrò in gola. Implosi e smarrì il respiro, chissà dove. Il caldo avvampava i finestrini del bus trasferendosi nella mia mano poggiata sulla lastra. Assorbivo o m'assorbiva? Il solito cielo romantico-sanguinolento, i fuochi accesi ai margini della strada, sterpi a bruciare come un rito satanico, come il cuore di un amore buttato via.

I contadini si liberano della vegetazione ancora come gli agricoltori antichi della Mezzaluna Fertile. Mi investì un senso di tedio, un senso di degrado e impotenza, qualcosa mi premeva alla gola, l'agitazione delle tarantole, la depersonalizzazione accentuata da un senso d'appartenenza che in città si smarrisce entro le sirene laceranti delle ambulanze ma che qui si rinnova... e pregavo Santo Paolo perché mi liberasse da un gravore cifrato, inutilmente. La vita si percepisce troppo qui a casa, come un senso di morte incombente una voglia di fuggire sulle nubi, ma mi spiegava mia nonna 'è vita al contrario', quindi è normale accendersi come un cerino ai Santi, qua. Ma non si capisce mai se qui i Santi ci proteggano o ci maledicano. Io poi, sono una bestia strana, e di notte me ne vado girando in città cogli ultimi del mondo, qua dormo sugli scaloni scaldati dal solleone come un gatto infreddolito, sono cagionevole e anche più forte, potente in un'accezione che quando me ne torno in una civiltà vomitevole di me si dimentica. Il cuore scorre e s'incaparbisce a farmi dannare, ché dietro non gli sto, annaspo al mare e ho paura m'inghiotta. Il mare m'insegna che è tutto un andirivieni sconnesso di vita e ardori che si spengono presto, così, esattamente sul bagnasciuga le impronte vivono per poco, poi il mare cancella impietosamente ogni segno, analogamente alle vite che in me si distruggono e si disfano alla rinfusa. Il cielo si spegne verso le otto, come impigliandosi rosso negli alberi, le tegole col muschio riarso da sotto la finestra denunciano antichità. E' tutto troppo calmo, è tutto maledettamente scottante e sa di casa, ogni angolo o spigolo. La nonna dice che una parente era stata morsa dalla tarantola, la facevano 'nnacare su un sacco come il ragnetto protagonista del mozzico, per una immedesimazione e una estinzione strana che ha luogo dalla notte dei tempi tra bestie e uomini, chissà perché il bestiario antico era così carico di risonanze religiose. Le nuvole sbuffano incazzate, questa cazzo di vita scorre con regole sue, animalesche, bastarde, caotiche e ineluttabili, io sono solo la preda di me stessa, non posso neppure difendermi, sono la mia peggior nemica. E ci devo convivere col fantasma del fallimento, non vorrei mai vincere, le mie rogne vengano con me. I fiori di giorno dormono qui, in questo strano luogo dimenticato da Cristo, di notte si svegliano, promana nostalgia fresca di qualcosa che non esiste all'infuori della tua testa dai petali-fragola. Ripeto: tutto ciò che esiste ce lo siamo ineventati. Pascoli e l'odore di fragole rosse. La notte sull'orizzonte marino indivisibile dal cielo le lampare sono lucciole tristi in balia di un acquatico twist nottambulo di vite insonni. E si danza, le mie rogne abballano con me. In questa terra non sono io, sono un fantasma da baccanale, qualcosa da dissacrare e venerare, qui non ho ambizione, ho fame di passato e di un'identità che non torna, niente torna, eppure in qualche modo nulla finisce mai davvero. Chi vive quaggiù? Diavoli o Santi? Assassini o figli della Magna Grecia? Buoni o Cattivi? Serpi o Scorzoni? Briganti o contadini sognanti? Reduci di guerra o padri della patria? Chiunque di essi è un pezzettino della storia infinita, triste, solitaria e bellissima di questi luoghi aspri e silenti. Non mi rimane che scrivere, del senso di voluttà deviata e autolesionista che a Sud mi coglie. Una voluttà assatanata come quella che turbava i papaveri rossi negli occhi della lupa verghiana: 'nanni, nanni, nanni, nanni, nanni', il mio è un tormento antico in un giovane corpo, il mio è un tormento ancestrale in una giovinezza incerta, la mia è un'eredità che non ho chiesto e mi grava sulle cervella prepotentemente con orgoglio, la Calabria mi penetra nel sangue: La Calabria è un urlo di sangue nel buio, necessario.