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Ci sono uomini che sembrano condurre con sé visi normali, facce borghesi, atteggiamenti calmi, ma sono gli stessi al cui interno smuove e impazza la vita che non contengono, che gli scorre nel sangue pronta ad esplodere in un rosso di sangue tradotto in ballo licenzioso e seducente, irrequieto e nevrastenico, sono i tarantati. Sono quelli morsi da Arakne, gli ammorbati figli di bacco, i grotteschi che si aggiravano nei bordelli della Suburra senza celare il volto del peccato, sono gli eredi degli affetti della Corea di Sydenham, malattia che impone movimenti involontari e spezza la tregua dell'immobilismo nelle loro gole. I tarantati figli dei satiri demonizzati, col piede caprino e il pizzetto selvaggio, gli importunatori delle ninfe, i belanti umani agresti, fratelli dei boschi e del solleone, dei pleniluni dissacranti delle baccanti. Sono i febbricitanti che la notte frustrano l'aria con gli arti, spasmodici e caldi, col sudore che gli imbratta le fronti rendendoli selvaggina acre, sono i figli delle contadine sedotte da un morso di tarantola, quelle che veneravano l'Avversario il nemico, il demone lucifero garante di libertà soffocata dai più. Guardateli bene gli spiritati, perché loro non vi vedranno, hanno le facce storpiate dall'inquietudine, dall'annaspare a pugni coi venti, dall'urlo animalesco del dolore futurista e veloce, quelli che chiamate pazzi guardateli bene e abbiatene timore, perché sono i coraggiosi adepti del Ballo di San Vito, sono quelli osano e amano con le carni roventi. Sono gli irrefrenabili, gli ostentatori virili della mascolinità antica. Sono quelli che nel corso dei baccanali riempivano i crateri di vino e tingevano di rosso il volto appetibile delle concubine. Guardateli bene, perché sono cugini degli uccisi sul rogo e del fuoco se ne fottono, ne fanno vezzo e provocazione. Sono quelli che sfruttano i difetti rendendoli perfezione. Sono quelli che sgattaiolano e vi schizzano sotto le sottane, sono i reietti che girano per la strade al buio, le anime pazze che non s'arrendono. Sono quelli che fiutano sesso ed amano possanza, la fiamma della vita non li abbandona. Sono quelli della croce al contrario, sono quelli dell'ebbrezza e della pienezza, che sperperano ambrosia nei calici grandi. Sono gli occultisti di Pan, i selvaggi bastardi scacciati dai falsi. La tarantella è la danza dell'eccesso, dell'abbondanza della carne, è lo zampettare riproposto del gladiatore gambizzato, è la fiera ferita e sanguinante della valle scura, è la paura in pausa e il coraggio in nota la tarantella. E' la seduzione femmina, è l'affronto e il confronto del rivale, è la spossatezza della pienezza la pizzica, è l'orrore si Santo Paolo, e il perdono arriva a sgambetti. E' tradizione contadina volta a lesionare la campana di vetro dell'evoluzione finta, è l'antico che muta abito. La tarantella è la libertà di fuggire da fermi, è il canto lacerante di quello che si porta sul groppone la tensione della fuga, in fiamme in fiamme in fiamme. Il danzatore del lapillo, la lavica consapevolezza che la vita scorra trasfusa nella danza disperata alla morte, è la corsa del finito che si salva nella consapevolezza di una scappatoia stretta. In salento, in calabria abballano i dispersi, i maritati a suon di tarantola, le femmine coi 'faddali', le donne da sposare, le sovvertitrici, le 'Lupe' verghiane, le 'Mirandoline' goldoniane... abballano in fiamme gli spiritati, gli invasati che amano gli amanti possenti, quelli che 's'ammucciano' negli antri delle svergognate, in mezzo alle gambe cagnaccie dell'amore impolverato, lordo e sensuale racchiuso nel suo volto famelico d'ossessione... La tarantella è goccia di sangue di Sud. di Chiara Nirta.