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La piccolezza dell'essere umano, è talmente tanto esigua che ogni individuo, persino colui che occupa un posto ben radicato fra gli affetti, colui che ha il suo cantuccio stabile e protettivo è sostituibile, è finito, destinato a corrodersi, sgretolarsi, lasciare questo mondo e tutte le abitudini insostituibili che nei giorni di sole ci fanno sentire madidi d'onnipotenza e immortalità, eppure egualmente tutto va e si erode, a suo tempo.

Ho bisogno di rivolgermi a un'entità che comprenda tutto quello che qualche volta nella mia anima si incaglia e non riesce a sgrossarsi dalle fibre del mio io, un'anima sensibile da Scrittore che sia stata prima di me la spola di sensazioni estemporanee e incomprensibili, se non rischiarate dall'esperienza dopo, dall'interpretazione cui nulla sfugge, un'anima ideale che risponda ai miei smarrimenti, anche solo una bugia, che tappi le falle del lacerio che dentro mi porto. Questa notte il vento ululava forte, come una fiera ferita nei silvani boschi dei satiri, quella boscaglia antropomofrica coi salici che parlano o è solo l'emisfero destro dell'avventuriero, scambiato per una voce in più (fuoricampo o dormiveglia?); ululava e rammentavo solo che da bambina in campagna il vento smuoveva una palma, che sballottata rifrangeva la sua ombra tentacolare sulle pareti semplici delle case rurali, apparendomi come una piovra mostruosa dalla finestra, un kraken famelico. Il vento si porta via sempre un po' di me con sé e non comprendo mai dove mi sparpagli... il vento fischia convulsamente come un treno sferragliante che c'ha fretta cieca di correre ma meta non ne ha, se non quella di seguitare come per una presunzione di ripudio all'immobilismo, un po' come me. Ho tanto timore, perché davanti agli occhi hanno volteggiato crudelmente tante occasioni che avrei voluto risparmiare alle mie pupille, tanti rapporti che si sono incancreniti per rancori ingiustificati dall'inerzia che impediva di scartavetrare la routine anchilosante dalla loro naturale e pulita essenza, eppure la negligenza frutta dolori implicitamente quanto la cattiveria, i risultati arrivano in ritardo, ma sono virus della stessa matrice. Solo che io non spendo il mio tempo con sentimenti minori e inutili come l'odio, inaridendomi per l'incapacità di mutarlo in comprensione, l'odio non fa per me, e neanche l'ipocrisia, preferisco una sospensione a humanis, finché il cuore non mi suggerisce nuovamente amore e pietà, comprensione. Forse il nostro permanere a questo mondo è esiguo non a caso ma a caos (armonico), abbiamo a disposizione un limitato intercorrere e la mutevolezza ci spezza le gambe assieme alla caducità perché dobbiamo essere scaltri a tessere fili d'amore e rattoppare quelli dei nostri precessori sveltamente, piccoli gesti che rattoppino la grande orchestrazione dell'insieme, come se l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo si estinguessero in una transizione la cui giusta gradazione delle cose rendesse tutto d'ugual misura, tutto medesimo e addirittura accomunato dalla diversità. E' vero che ho imparato a bastarmi, necessitavo di un chiarimento con me stessa, quello che poi non è mai giunto, che non arriverà ma che continuerò ad anelare perpetuamente. Ciononostante ho compreso come farmi bastare quello che dentro possiedo, tanto da renderlo esubero, ed ecco la rivelazione: all'altrui vita non ci si approccia più per un egoistico e bulimico bisogno d'appoggiarsi all'altro perché si ripudia la propria personalissima compagnia, perché si è a disagio con lo specchio (semantico) della propria anima, ma per un puro fatto di piacere (non edonistico e plateale), ma intimo e pacato di stare assieme, per migliorarsi e dare, non incaponendosi nell'attesa vittimistica del ricevere con l'interesse, no, certo che no! a che occorrerebbe? Penso di aver steso tanto i prolungamenti degli esseri che mi si azzuffano sotto pelle, che in determinati frangenti sarei potuta divenire di tutto, metamorfosi ossimoriche che estinguevano la stereotipa delle etichette che ci siamo autoimposti (chissa perché?!forse l'illusione della stabilità...), perché in me coesisteva tutto il mutabile, sarei stata una potenziale bestia famelica o un martire intento a lagrimare sul filo d'erba calpestato, abolendo in me tutte le coartazioni di una educazione che tende a rinchiuderci in un ovattarsi di perfetto e vuoto nulla. Qualche volta mi smarrisco sai? cogli occhi nel vuoto, e mi concentro fino a stillarmi il cervello, tento di rasentare l'oblio, di obnubilare ogni precetto (o forse li utilizzo tutti contemporaneamente, comprese le antinomie, creando una sinfonia perfetta, non l'ho mai capito...), ogni considerazione, ogni educazione o etica o morale, ogni senso logico e trovare un'essenza che mi consenta di pensare incontaminatamente e allora sragionando mi dico 'perché omicidio il cristiano e non la formica calpestata? Qual è il criterio giustificante, la dimensione? E l'uomo allora? rapportato anche solo ad un sistema solare, non mi azzardo a compararlo con l'universo, neppure per iperbole; oppure quale altro criterio giustificherebbe una tale preferenza vitale, l'intelletto? Vogliamo parlare della laboriosità minuzioso-maniacale della formica? della sua perfezione?; oppure? il senso morale? risaputo: l'anima pulita ce l'hanno le bestie, glabre da ogni sorta di cattiveria... e allora? Allora mi stringo la testa come in una morsa per spegnere il flusso che non imparo mai a controllare, e mi sento impotente innanzi al disastro, vigliacca perché m'è concesso di vedere il dolore, assorbirlo tacitamente e farmelo scorrere al posto del sangue, ma come posso mio dio!, mettere fine all'infingardaggine se io stessa non godo della forza per arginare la mia? Il sentirsi vivere equivale a quest'inferno incuneato nell'epiglottide e che ti serra la gola? Gli autori ne parlano descrivendo dettagliatamente e nelle modalità più svariate questa convulsa inquietudine frammista a consapevolezza ingabbiante, ma 'l'Istruzione per l'Uso' m'appare benzina sul fuoco! -Di Chiara Nirta.