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Si addensavano nubi verso l'orizzonte lontano, sul mare burrascoso. Dio aveva dato il via a un quadro astratto di meraviglia.

La Sua mano delineava forme cotonate in tutta fretta come se il mondo avesse avuto bisogno di una ventata di meraviglia, come se fosse in preda a una crisi d'astinenza di bellezza, eppure gli umani ciechi non notavano il Privilegio, non reclinavano i capi a immergersi gli occhi nell'acquosa poesia fumante dei nembi, eppure era per Loro l'Eldorado. Guardavano diritto gli ominicchi, cogli occhi ottenebrati dall'ingorda speranza di una felicità troppo oltre-promontorio, che non sarebbe mai arrivata, eppure era lì la gioia costeggiante intoccatta e inguardata, che si sarebbe preservata così per i più. Il treno sfrecciava sferragliando e fiancheggiando case del sud, cogli stessi stridori di binario ancora accesi nell'anima dei pochi immigrati che ancora rammentano con lacrima nostalgica la terra di Nessuno. Le casupole bianche e pacifiche ma mal allineate che si stagliavano fuori dalla littorina denunciavano l'indole di un popolo antico e potente che campa a caso e caos facendo del disordine l'armonia di un suono ancestrale che fruscia fra i canneti arsi di una macchia mediterranea sciatta. Le piccole stazioni erano imbrattate di nomi e slang, come per affermare l'impronta d' una gioventù sperante in un'arte underground troppo moderna e in contraddizione con l'elegia tradizionale ancora spirante in quei luoghi: l'incomprensione e l'ostentazione. Un gancio sovversivo qualunque per emergere dall'esasperazione del conformismo protrattosi troppo a lungo. La tradizione s'era incancrenita in quei luoghi, divenendo il prolungamento farraginoso dell'intestardirsi dei conservatori che smarrivano l'obiettivo folkloristico, campando di strascichi dialettali marcati a forza; di coloro che 'alla buona' continuano a spargere sale su una terra bruciante per natura e che necessita di concime sottrattogli incautamente; una terra madre che si trasfonde insinuandosi come polvere nei nelle benevoli rughe di nonne o nei fumi della carne arrostita per strade a garante di norme igieniche senza attestato, se non la rendita stropicciata di una genuità 'alla buona'; una terra abusata e stuprata che contiene ancora scuse e attenuanti per non additarci auzzini della sua bellezza: una madre e il figlio Caino; una terra che ha lune millenarie e pudiche di biancore pallido, rispecchiati in quel mare brontolante spaventando i pesci, ombreggiando sui visi dei marinai; una terra che diffonde a eco schiamazzi bambini per vie dissestate e rurali; le tegole intrise di muschio inaridito delle casette più a destra testimoniano vite umili e contadine, oggi ospitanti animali da traino, si mantengono utili come possono le vecchie baracche, a stento: l'alternativa equivarrebbe all'abbattimento, sarebbe la fine, il crack universale, il dimenticatoio inghiottente, come l'inerzia vegetativa e forzata del precario che non può esercitare, l'inutilità sterile di chi attende una continua instabilità ancora e poi ancora, lo spauracchio inquieto dell'incertezza, e uno s'arrangia per restare a galla, annaspando con foga. Gallerie malconce inghiottivano il trenicchio e la luce improvvisa di poi feriva gli occhi violentemente. Le montagne zigzagate e selvagge spruzzavano lateralmente manciate di verde e felci appena nate, una confusione antropomorfica e visiva danzava innanzi agli occhi, come una fiammella discola, una commistione di natura e umanità. La sera gradualmente velava di ombre le barche capovolte più all'ingiù, mentre sulla risacca si disperdevano impronte, il mare se le trascinava nel suo buco nero degl'innumerevoli oggetti smarriti, mentre Dio s'industriava a ricordarci tacitamente che la fine è una costante di ogni inizio e il tempo non è mai troppo: la risacca, il mare, il moto sempiterno, il rinnovo e poi ancora... ciclicità indecifrabile. -Chiara Nirta;