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Piove, e com'è triste la mia Terra, bagnata e sporca da chi non sa valorizzare la sua poesia marina, arsa, e atavica, piove e se lo squallore delle strade dissestate si impone basta guardare il cielo per capire che la sua bellezza deturpata rifrange nel buio dell'indifferenza come per chiedere aiuto.

Le gocce dello stillicidio s'accasciano scroscianti sul selciato e con pudore s'addensano per le straduzze che sembrano mulattiere adibite a strade. Rammento la panchina del lungomare, quella che ha ospitato molte compagnie di ragazzi di paese, semi-frantumata e sola, nessuno s'occupa di lei eppure ha l'aria fiera e non demorde, come se attendesse un'accortezza da un uomo che dimentica la sua donna, e lei innamorata e caparbia lo perdona aspettando muta. La Calabria e il Sud per assaporarli devi perderli per un po': partire, il ritorno illuminerà ciò che prima non notavi per un frapporsi offuscante d'abitudine. Il Sud non vuole cambiare -dicono- e chissà che forse nella sua ostinatezza antica e selvaggia non abbia ragione. Vedo molta verità in un confronto di stazioni e passeggeri tra Nord e Sud, qui lo squallore a primo sguardo impera, eppure le littorine sono così umane, un contrappunto all'alta velocità cieca e senza sentimento. La littorina è l'ereditiera protagonista delle emigrazioni e di quelli che son partirti per trovare l'America nelle fabbriche, con nel cuore un tamburellare di tarantella e in testa un senso di strette di mano sincere, di orti coltivati con sudore e perseveranza. I fuochi accesi nei caminetti delle nonne abbagliano come fari che orizzontano lo sguardo e sanno di pace remota. Vogliono che tu Sud ti evolva, ma dimmi: forse nonostante il sopruso e l'abuso vale la pena evolversi strutturalmente e inaridirsi dentro? Il mare non accetta e s'agita promanando salsedine e umettando le labbra di noialtri, come per avvertirci della sua presenza esagitante: il mare muta ma quando e come vuole, non si'impongono regole e precetti al moto perpetuo, e così a questa Terra, di tutti e nessuno; a questo sole che quando brucia avvampa pelli e non chiede scusa, fa strizzare gli occhi infilzandoli con raggi decisi. La compostezza delle donne di paese, i loro precetti religiosi incrollabili cui s'affidano, i ragazzi che schiamazzano in piazza fumando con l'illusione di un'emancipazione rinchiusa in una convinzione al contrario. Le facce amiche dei paesani per strada e il senso di coalizzazione che è stato stroncato dalla evoluzione delle città subalpine, hanno fatto il loro baratto, hanno sostituito la cultura nozionistica con l'umanità. Noi siamo il caos disordinato ma gestito da un'armonia immanente e sottostante da scovare oltre la coltre dell'apparenza, ma siamo ancora vivi. -Con Amore alla mia regione Chiara Nirta-