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Sentivo la vita in agguato dietro l'angolo. Avete presente la sensazione che avvertite come un guizzo intuitivo l'istante prima che avvenga qualcosa?

Molto simile a quella, ma non era pregna di sentori spaventevoli, era qualcosa che stava per scoppiare attraverso un boato un po' soffocato. Ecco il sole ed ecco le mie vene 'farsi in terra laco', ma non era un dissanguante sversamento emoglobinico, è come qualcosa che si svuota con un suono secco e rasposo, per poi rinverdire di altra sostanza e senti le tue sensazioni rimpolparsi di colpo, è il sole, il sole. Le corse nei campi hanno sempre qualcosa d'anacronistico, la fanciullezza te le concede ma ti lascia privo del maturo senso di poi che ti permette di assaporarle come meritano. Deve necessariamente subentrare l'età adulta, l'età matura che ti conduce distante dal luogo natio e generalmente dove ti fa giungere non ci sono mai campi idonei per correre, però ecco che in cambio hai la consapevolezza di quel tempo. Capisci tutto a un tratto quanto era importante correre colla fronte verso il sole a nove anni, mentre il sudore ti inzuppava la tuta nuova, le gambe ti venivano meno, la stanchezza sopraggiungeva vuotando la tua energia come un whisky doppio, ma proprio in quell'attimo l'universo correva con te, e poi gli alberi, l'aria sul volto, le mani sporche di terriccio che s'insinuava fin dentro le unghie, e il mondo con te, il mondo con te. Correvi e scorrevi tra quei prati, da lontano promanava un odore di terra bagnata, e un satellite insulso col suo sbarbagliare sembrava farsi Stella Polare, da quel promontorio distante, ora in cui il celeste imbruniva con le sue venature più accentuate man mano che t'allontanavi. Qui alla gente non piace guardare il cielo, la luna li annoia, e io invece non smetto mai incantata d'ammirarla, ma anche di riflesso su qualche lastra che la rifrange. Qui gli occhi rimangono sempre allettati dalle vetrine sanguinolente e rosse delle insegne, che mai intendo se vogliano minacciarti o catturare il tuo campo d'osservazione, ma in un caso o nell'altro s'impongono sempre troppo violentemente, cosicché la palpebra si stropiccia per difendersi dallo stupro. Io rimango sempre affascinata dalle luci soffusi e lievi, le luci delle case degli altri, le stelle che ad Aosta si vedono più limpide e via discorrendo... qualche volta guardo la Mole nella sua imbarazzante bellezza troneggiare e mi chiedo se davvero quell'ammasso di ingegno sprizzante sia migliore di un qualsiasi muretto zigzagato e semi-diroccato su cui ho bevuto una bionda birra ascoltando le rane dei pantani intonarmi l'estate. Ah, l'estate... mi ricordo una bellissima che non moriva mai, le rondini erano arrivate in ritardo ed io ero su un treno della Ionica malridotto e sferragliante, il caldo cuoceva ogni brandello di carne, ma c'era il mare là fuori: tutto Quel mare, e mi laceravo gli occhi a contenerlo tutto, mentre le disordinate case del Sud, in una sorta di 'gettatezza' di coriandoli alla rinfusa colorava il verde arso delle steppe, dilagandosi a macchia d'olio come una pelle cosparsa di nei distribuiti a formare costellazioni. Ricordo le gallerie interminabili e gli spifferi dei finestrini lesionati da cui filtrava aria ruggente. Ricordo tutto a un tratto che la biblioteca sta per chiudere e io ho tanta nostalgia, tanta voglia di trovare la giusta calibrazione per approcciarmi allo studio, augurandomi che ciò avvenga prima che la mia gioventù avvizzisca ed io abbia concluso speculazioni a vuoto, mentre questi signori vicino a me imparano a memoria e un giorno presiederanno cattedre cattedratiche... 'io per me' preferisco amore e alberi di limoni.
-Di Chiara Nirta.