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La Città era un enorme boato roboante. Gli stradoni tutt'intorno, vene congestionate il cui sangue di passanti raggrumato sembrava voler esplodere orrendamente in uno scoppio lavico.

Henrì guardava il sanguinolento spettacolo con la bocca apertagli da uno stupore istantaneo e grottesco, una sensazione intuitiva e tagliente che gli mostrava quello che la civiltà aveva scelto d'essere: sovrastruttura raggelata a cui i sentimenti erano stati soppiantati da un futurismo avariato e mal interpretato dai più. Henrì s'era stancato della vita di paese che reputava provinciale e ciclica, aveva girovagato in molte città nella speranza di scovare un filo di avventura inedita da seguire a capo chino, senza il fastidioso temporeggiare che precede il chiedersi. All'inizio era stato piacevole catapultarsi in quel magma informe, una realtà priva ancora del calco stabile del suo passaggio: si sentiva un fantasma innocuo ed inosservato. Poi però aveva capito. Il baratto non era stato equo. La routine rurale era meno alienante della cittadina, si confaceva di più al suo naturalissimo campare. Stringeva adesso fra le dita vecchi ricordi di nubi che si disfacevano al contrario sul promontorio quieto ed erboso dei monti, quasi per concedere un ultimo nostalgico addio a qualcosa di essenziale che non aveva saputo custodire, perché è vero che la felicità ci danza innanzi gli occhi, ma non abbiamo mai il coraggio d'osservarla o peggio, c'intestardiamo a cercarla altrove. Ecco il compenso per la stolta cecità, un affastellamento di vite impazzite che si scontrano ogni santo giorno freneticamente: come se Dio volesse giocare a biliardino con delle stupide creazioni imputriditegli tra le mani, oramai inservibili se non allo scopo di schizzare come palline impazzite, una legge del contrappasso terrestre e spettanteci;  un raggruppamento logoro di suoni miscelati intonanti la putrida colonna sonora che filtrava dagli stabili grigio-infausto; uno zampettare frenetico di soldatini ugual vestiti, intenti in una  corsa or d'addio  mancato or d'impegno improrogabile, dietro gli angoli freddi che cucivano il tessuto stradale. Henrì non capiva cos'era andato storto, s'accese una sigaretta e si diresse sulla riva del Po. Vi galleggiavano siringhe arrugginite che avevano avuto il triste privilegio di portarsi via qualche vita, la stessa notte ch'erano state usate e incautamente abbandonate, o comunque di lì a poco. Raffrontava quegli argini 'cementosi' e volgarizzati da uniposca poco pudici, a quei ciglioni, a quei valloni puliti che ancora scorrevano glabri al suo paese da bisturi mortali e acuminati: lì invece c'erano solo anguille e alberi di limoni nelle campagne poco distanti, e da lontano in qualche pozzanghera ingrossata, si vedevano guizzare i girini come chicchi di caffè impazziti. Estrasse dallo zaino un libriccino consunto e iniziò a leggere a voce alta, contro il triste  quasi appesantito gorgoglio di quel fiume ' Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi fossi dove in pozzanghere mezzo seccate agguantano i ragazzi qualche sparuta anguilla:le viuzze che seguono i ciglioni,discendono tra i ciuffi delle canne e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni...' spirava un triste gelo di gioventù ormai smarrita e la voce rauca che foderava a maglie strette le parole, sembrava un falsetto insistito e malinconico, una nenia di nonna.  La primavera  dei tempi che furono s'approssimava nei ricordi d'Henrì, quella reale bellezza genuina che solo il futuro può rendere, il presente mai, s'approssimava col suo odore di fiori la primavera nel suo cuore, mentre intorno alla città lo smog anestetizzava le narici alle fragranze della bellezza.      -di Chiara Nirta.         "Tecnologia e industrializzazione non coincidono col benessere, vi hanno ingannati".