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La farfalla Di Chiara NirtaC'è gente che trascorre tutta l'esistenza a tormentarsi. C'è gente che a poco più di vent'anni ha il volto scavato dalla stanchezza e da una ricerca estenuante di qualcosa che è solo velleitaria e imprendibile ma necessaria.

Si edificano dolorosamente dei criteri-vaglio d'addurre come attenuante o giustificazione per filtrare la vita. Si marchiano a fuoco dentro le meningi che implodono con scossoni sussultorei da farti percepire la sfumature bordate del foglio appiccicate agli iridi. Come se la sagacia fosse un'eruzione e lava solo materia grigia. C'è un baricentro dolorosissimo in cui l'Essere s'arrovella, esattamente dove si congiunge l'animo dello scrittore: disadattato, disingannato e privo di patine sugli occhi, ma talvolta obnubilato dal suo stesso timore 'disillusivo', che corrode persino ciò che consistenza non ne ha più, o erode la prova empirica incorruttibile, in una perpetua congiura idealmente e fallacemente atta a essere esattamente l'opposto di ciò che la cosa in sé è in verità. E tutta questa menteca si frange sull'altra entità ricercatrice dello studioso, sempre sudato e accigliato su parole, poi un di qualunque si volta e nota i volti degli amici distanti, le rughe solcanti il proprio e l'altrui volto, gli atti mancati e le occasioni tralasciate tutti impilati in una virginale e intoccata collezione di tristezza-potenziale-gioia mai esaudita. C'è gente che assorbe come spugna ogni colore o dolore, talmente avvezza a dipanare matasse intricate da scordare come si ami normalmente e semplicemente, senza senso del lontano e matafisica, per una volta almeno, ed è gente che nella linearità si smarrisce, che non sa avanzare un passo coerente. C'è gente che trascorre le notti colle facce rivolte a un soffitto ce raggruma pensieri e li contiene cosicché la pazzia eviti definitivamente di trascinarseli via a suon di baccanale. C'è gente che l'altezzosità la ripudia, che striscia colla sua stessa autostima in latrine e antri grotteschi, ma che non può esimersi dall'ammettere che il proprio vivere dev'essere immolato affinché possa attecchire un fiore immortale nelle pagine friabili del tempo. C'è gente che ha occhi affinati per scorgere il filo recingente il fiore, miopi di difetto, miopi per scelta e costrizione, ma ciechi dirimpetto ai massi mastodontici dell'eloquenza. Smarrire il concetto di normalità barattandolo involontariamente per un altro più amplificato non è invidiabile, è solo necessario e lancinante. Qualche volta mi chiedo fermamente se per una manciata di verità opinabile e che possieda un mezzo aspetto di concreto valga la pena accigliarsi ed estenuarsi tutta una vita e poi di mico che sì, ne vale la pena. Se non combattiamo per ciò che amiamo, se ci lasciamo estinguere dalla delusione, se non abbiamo il coraggio di affrontare il tedio ch'è di noi più espanso e tagliente a testa alta allora no, non avremmo vissuto. Invece dobbiamo. Molti s'ostinano a vedere nella libertà utopia, mentre è invece il dovere d'essere uomini.