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Nel corso della vita tutto muta. Tutto può sfaldarsi, accrescersi o corrodersi, soggetto agli spintoni del transitorio. E' dura campare:tutto relativo, incerta stragrande maggioranza delle cose, anche quelle che preferiamo pensare sempiterne e incorruttibili. Fortunatamente nell'arco del nostro breve vivere ci viene concessa qualche certezza, ci viene concesso qualcuno, che diviene il forziere inaffondabile in cui riponiamo le nostre sicurezze, le speranze.

Diviene così irrilevante la distanza, la conciliabilità, non importano luoghi e dimore né se si è ubicati agli estremi oppure agli antipodi, conta l'esistenza della cosa in sé. La consapevolezza che oltre questo magma caotico e informe che non ci lascia tregua, che ci obbliga a surfare sulla caducità, a metamorfizzarci per non affogare, a librarci a rotta di collo sempre verso nuove avventure, con poche pause solo per renderci conto che è tutta una corsa impazzita e instabile, verso un traguardo certo e già predestinato a prescindere, e ciononostante sapere che per noi esiste qualcuno o qualcosa sospeso esattamente al centro della nostra anima, oscillante tra psiche e pensiero e che è irremovibile, è boa salvifica e certa, perché noi abbiamo scelto che lo sia. E' qualcosa che dipende esclusivamente da noi e noi a nostra volta irreversibilmente dipendenti da quest'ultimo, una simbiosi sincronica ed essenziale, non scarna o semplicistica, essenziale perché possiede un filo articolato ma semplice e sufficiente alla sussistenza di uno scambio che avviene prettamente perché due esistenze co-esistono. E non è il meraviglioso? Due esistenze aleggiano e non hanno bisogno d'altro, la loro fortuna sta nel sapersi vivi assieme, non importa dove, non importa il percorso frapponente e disuguale, importa la cosa in sé. Quando saggi l'umiliazione e la senti scorrere anche solo esigue volte, un solco te lo porti dentro volendo o nolendo, e contaminato com'è, ogni piantina di buon proposito che germoglierà in quella scia sarà sempre soggetta al timore di un possibile risvolto della medaglia anche quando semplicemente le cose si svolgono linearmente, dubiterai e t'asterrai energicamente, ovattandoti per proteggerti dall'eventuale sferzata, ma ti cautelerai invece dalla vita. Sarà una reazione che desidereresti ti preservasse da quel dolore lancinante. Cosicché ad ogni svegliarsi e addormentarsi si alterna con te l'idea che tutto è esposto a modificazione, ma non quell'Essere o quel luogo concessoti, perché lì vengono fertilizzate le poche cose certe che persino qualsiasi dubitatore incallito deve pur possedere, per potersi infinitare. E' così spaventevole percepire il taglio netto del dubbio incidere sulla psiche come un chirurgo col bisturi sulla pelle a freddo, sentirsi in procinto d'ammattire, eppure rimanere miracolosamente abbrancati alla vita, alla realtà, perché si ha un'ancora salda da qualche parte che ci trattiene. E' fantastico. Questo trattenersi spesso è anche involontario, è questo stupefacente, ha ragion d'essere automaticamente, è una calibratura che entra in gioco spontanea se non è deliberata, ma nulla può estinguerla, perché è fatta di sogno, e ai sognatori non può mai essere fatto del male, la parte lesa del sognatore si rimarginerà sempre rifiorendo. Questo trattenersi è una strana cosa, che per il resto del mondo non è nulla, ma che per qualcuno, e dunque per una vita è il filo che interconnette il tempo e lo spazio e che al contempo li amalgama dando senso all'indistinto, a un puzzle eterogeneo e incompatibile per antonomasia. E' grazie a questo trattenersi e non lasciarsi le dita che tutto ha un senso più acuito e percepibile, spiccato. Qualcuno o qualcosa che ci viene concesso per non impazzire, per reagire alla voglia di dirsi 'la mia vita è un abito dismesso'. E allora immagini di narrare a quest'entità tutte le cose accadute, le minuziosità, anche se poi non proferirai, perché sarà futile elargire enfasi e quant'altro, ci si intenderà immancabilmente lo stesso e sarà conseguentemente superfluo lo sforzo dell'intendersi, (avverrà egualmente la ricezione), poiché qui dimora l'essenziale. E' una cosa preziosa, perché non è che uno può abbracciarsela quando gli pare, le cose che si abbracciano poco sono sempre preziose, immuni al consunto derivante dal tocco, sono inoculate nei nostri sensi col contagocce, uno se li gode come reliquie. E' una cosa preziosa, perché non c'è tangibilmente eppure è sempre lì, ovunque tu vada. Non ha un peso, ma grava forte forte sul cuore. Non ha forma, ma la proietti su qualsiasi superficie, è come l'aria o l'acqua, insapore, inodore, incolore, ma capace di acquisire e assorbire qualsiasi componente, e soprattutto è essenziale per vivere, ecco sì, essenziale. Equilibrio superbo e minuzioso. E' un dolore leggero e malinconico che giunge da lontano. All'incirca come quelle cose dotate di troppo splendore, che a scrutarle ti fanno male gli iridi, o ti s'appesantisce la testa, perché è difetto dell'occhio e della concezione umana non contenere certe meraviglie, non codificarle. E' come il desiderio di dirsi che ci si vuol bene o di tenersi stretti un po' di più, ma la voglia impellente e talmente immane fa l'effetto contrario e ci rende abulici d'affetto temporaneamente, perché è troppo bello e troppo grande il sentimento, e si sprofonderebbe giù, troppo giù e alzarsi costerebbe troppo, si rischierebbe un invertimento d'ossa, e una confusione psichica che non si dissiperebbe. Allora si transita per vie traverse e un sorriso attutisce e crea un abbraccio ideale in cui trasfuso c'è tutto l'amore del mondo, ma lo si scambia attenuando l'abisso dell'eslicito. E' come la gente che s'avvezza ai discorsoni ma ignora l'irrealizzato scoppio delle omissioni che sfociano tutte in uno sfiorarsi, ed è un boato silenzioso che scoppia smuovendo per la corrente-slavina non aria ma anima. E' come la fretta meravigliosa di due innamorati che si attendono, cogli stomaci congestionati e le pupille dilatate, colle facce incredule e distorte da chissà che turbamenti, coi timori che li catapultan in infanzie parziali e affini per stati d'animo, e tutt'intorno è solo una gran fiammella crepitante che s'alimenta del combustibile corpo nostro, ed è come se la vita fosse una gran cospiratrice, che avrebbe tramato tele intricate e vuote d'anni e anni solo per realizzare col precedente trascorso un rito propiziatorio estenuante e atto a preparare l'attimo sveltissimo in cui avvampa un incontro. E' meraviglioso, sul serio. Dobbiamo essere tanto arguti da intuire qual è l'aggrappo che ci è stato concesso e allora la vita si caricherà di significato novello e allora avremo requie, e non sarà solo corsa, ma traguardo che si rinnova. Le luci arancio-tristi soffocano la via rettilinea fumigosa del lungomare, le lucette di fanali d' imboscati fanno tenerezza e sanno di vita suppurante, il vento soffia da nord, qui a sud. La città che m'attende non dorme, il caos regna. Qui brulicano insetti, piove, è umido, le formiche colle ali si attendono per copulare, mentre lì in città la gente barcolla coi mojito e sghignazza nel gelo delle case spente e segregate da dentro; non saprei disgiungere quale prospettiva scegliere, mi solleticano entrambe l'attenzione. Il mare mugghia forte, alza salsedine rasposa che corrode i transennati. Le stelle dardeggiano e disseminano il cielo caldo ancora ad ottobre qui e raggelato nella città che m'aspetta austera. Mi sparpaglierò coi piedi scottanti di tarantola e le mani industriose dello studioso tra i due estremi meravigliosi e immota non rimarrò giammai. Soltanto lascerò che la vita tessa i suoi fili ammodo, e che il mio rito propiziatorio abbia luogo, cosicché io possa godere di un immobilismo suppurante e vedere il mondo ardere e sfumare attraverso le sole vere pupille che non sono mie, ma che mi sono state concesse egualmente, e che mi mostrano il mondo com'io non saprei vedere e mi evitano la rasserenante pazzia, che altrimenti, assolata, non mi sarei neppure impedita.

C'era silenzio nello stradone buio del lungomare, nello scuro in cui soffocavano luci arancioni e le corrosioni delle ringhiere. C'era la mia solitudine incisiva e il mio senso della tristezza per le cose che non accadranno. O avverranno con me fuori dal ring. Sono solo una spettatrice e fa maledettamente male sapersi impartecipe. E' uno stato profondo di empatia non sviluppata, ma che s'accalca giorno dopo giorno ammazzandomi e rinnovandomi poi inaspettatamente. C'è un'intuizione contaminata che non sarà mai soggetta a scismi, mai netta... che ti conduce a chiederti se le cose sono come appaiono all'improvviso o come vorresti che fossero. C'è un tipo di rispetto che si dovrebbe portare all'intimità della gente, quello di non chiedere mai in cambio risposte che potrebbero bruciare lasciando contrassegni di tristezza perenni. C'è una rassegnazione troppo grande, che è più letale se ti coglie da ragazza, ché lo vedi che è tutto una gran bugia e non so se sia peggio l'illuso o più vittima il l'illuso consapevole della sua malattia. C'è una sensazione netta però che uccide più di ogni altra, la necessità d'aiuto, la voglia di qualche anima buona che elargisce ausilio e l'impossibilità di poter accogliere il sostentamento perché si è troppo soli dentro. E' un punto di non ritorno la Locanda Almayer, la risacca del mare che cancella le impronte e lì non sei niente. E' quando sei il cruccio di te stesso che non va bene, che a starsene sotto a un cielo di sud con le braccia tese ad accogliere il blu e a respirare echi in lontananza di pescatori ti rende solo un fantasma accogliente in mezzo alle selve di qualcosa che non attende niente e che esiste senza scopo, senza fretta alcuna. Il raggiungimento implica sempre un soffocamento, un sacrificio, una malinconia indelebile e una strana voglia di farsi del male rimanendo immoti e osservandosi dissipare. Credo che il compito di ogni essere sia lasciare una scia da seguire all'altro seguitante, cosicché non smarrisca la lucciolina guida. Le notti in Calabria pesano, c'è troppa vita. Credo di esser nata con una disfunzione agli approcci, una paura che ha timore di se stessa, un dubbio mai nato dal grande potere che gli conferisce la facoltà di ledere anche solo con una preposizione ottativa remota, e disseca ancor più dell'avvenimento in sé un'attesa lancinante che impedisce il sopravanzare. Non è nichilismo è peggio, è qualcosa che non è e inibisce proprio nell'inesistenza, è una paura della vita. Ché poi non è vero, che le tue carte te le rischi tutte tentando a tastoni e alla rinfusa senza voltarti, pur di collezionare una sensazione scottante, eppure l'anima te la codifica così e ti zavorra, nonostante la piena lucidità della nullità, è un peggio nel peggio un effetto domino decrescente e irregolare di disillusione, che arrivi pure a dubitare dell'ossigeno, che non sia ossido di carbonio ti dici. Vale la pena, passare gli anni a costruirsi ed edificarsi un trampolino di lancio che ti scaglia in un tuffo di pochi istanti? Vale la pena se rifletti col criterio del 'ci sono istanti che valgono un'eternità', ed io la penso così. Ritengo che occorra molto coraggio per essere se stessi, in qualunque frangente, essere altro ci esonera dall'investire verità, indossare la propria maschera è un atto di coraggio solo per impavidi e temerari. Ho paura e non posso pregare un Cristo che non ho. Ho timore e non posso confidare nell'umano che si limita ai miei seni piuttosto che a questo cervello che implode, come se il rigonfiamento d'un corpo potesse anche in minima parte rimpiazzare la bellezza di una tristezza incurabile. Sono stanca eppure mi protrarrò a cercare di scandagliare l'infinito fra valloni scorrenti e orti onesti di nonni, a scovare odori e a non dimenticare la terra in cui allignai. La convenzione non l'accetto, vivrò da disadattata, scelgo l'irto, del piano lineare non saprei cosa farmene, molto onestamente. Ho capito che la vita non ti dona mia più del poco che ti spetta e devi investire sangue per avere in cambio un interesse da fame che ti ritragga dall'abisso un istante prima. Avrei voglia di piangere, ma non è il momento propizio perché il coagulo si scioglie fra la scrittura e quando i miei occhi lacrimeranno non tratterrò più nulla, sarò perfettamente vuota. Il buco nero che ho dentro m'ha inghiottita, posso proseguire ciecamente e barcollando, mi risparmierò la pena di vedere la mia vita adempiere perpetuamente a metà, perché s'accascia un attimo prima.