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C'è una regola anche nella discontinuità, il protrarsi perpetuo delle cose che adempiono a metà.

C'è una pietas nell'intermittenza che soffre di se stessa: una pena che è il non farcela. C'è un filo flebile e articolatissimo che regola tutto l'universo, c'è un peso nella libertà, il non avere limiti è un vincolo immenso. Ci sono persone che rimangono inquiete tutta la vita e la legge immanente perdoni il mio non voluto egocentrismo quando mi utilizzo come titolo d'esempio, non è colpa mia se mi percorrono ininterrottamente le scintille scottanti dell'irruenza. Non conosco la pace intesa come baricentro immobile. Arsenio, giunco apolide, non vedi che non ho dimora? Ogni parete è fredda, ogni soffitto e raggelato i miei piedi sono sempre congelati e tremo, Montale aiuto! Padri perché non me lo dite come si fa a non correre troppo? Come devo fare per interagire con un po' d'immobilismo? Al parco c'era quiete e formiche. Mi sono accovacciata sotto al pino irto, e lo vedevo mio dio! Lo percepivo quello che D'Annunzio sentiva, il volto silvano della vita, l'armonia del tutt'uno che serpeggia e s'instaura tra le creature e la natura minuziosa e stabile, pacata, muta a lavorare per il suo stesso sopravanzamento. C'era pace sotto al pino, che la città non inghiottiva, si fermava a osservare sul lastrico la cittadina impazzita con le sue luci e le sirene laceranti. Ho mutato i miei canoni di ragionamento grazie a Hesse, sul tema del doppio: nessun Dottor Jekyll e Mr. Hyde, nessun Narciso e Boccadoro, almeno non soltanto... perché l'anima gode di migliaia di parti eterogenee non classificabili esclusivamente in due categorie. E' esattamente come il giardiniere che si trova di fronte migliaia di specie differenti di fiori, ma conoscendo solo il papavero e il girasole ignora il resto, così io stolta, che credetti di sdoppiarmi in due soli esseri fra il barlume convenzionale e la mia Lilith scatenata, è bugia, sono migliaia gli antri e diecimila i meandri dell'animo su cui l'anima galleggia lievemente. Ho il terrore della troppa grandezza che affascina alcuni anfratti del mio senso di bellezza. Sono soltanto una ragazzina cresciuta fra sterpi, odore di pane caldo e libri, la rutilante varietà dell'immenso mi disperde sempre. Le notti sono angosciose, chiamo mia madre che non può proteggermi dai rovelli, nel sonno, trascorro i pomeriggi a promettermi buoni propositi che si spiaccicheranno inutilizzati sotto alle suole. E non posso apportare modifiche a questo rito pietoso e frustrante. Fratello mi hai lasciata sola, dove vado io senza di te? Eri tu il controbilanciamento, e io non so camminare senza il tuo passo, accanto. Fratello il mondo non lo sa, della complicità perfetta tra un non mai nato e un'ammorbata di troppa vita, eri il serbatoio, io il riempimento. Gesù l'ho lasciato in terza elementare, guardando il cielo non vedo vuoto però, vedo pieno, tanto che la pupilla non fagocita mai tutto. Fratello che ti sento in un pensiero qui vicino ma non basta Francesco, non basta. Aiuto Pirandello, perché mi hai trascinato il questo moto perpetuo che sfalda ogni ramoscello del mio nido fermo? Pavese e la tua luna cosa volete ancora dal richiamo della mia anima? Non è una marea impazzita, ce l'ho lacerato l'animo mio con l'andirivieni della risacca acquosa che si smarrisce sulla riva e non l'acchiappo. Capisci? Non si costringe in una mano la liquefazione di quel che sei. La testa è un perenne martellare, qualche volta implode e sbotto in lacrime che m'accerchiano gli occhi. Sono tarlata dentro, disseminata di forellini, e l'Umano lo lascio dietro l'uscio. La gente non penetra più, li ammanto di cortesia ed estroversione ma nel cuore non s'inocula quasi mai alcuno, proseguo sempre sola col libro sottobraccio e discuto innanzi agli specchi, a chi parlo? Autori, necessito di requie. Non aleggiate troppo all'interno del mio animo, mi ottundete qualsivoglia risposta e mi donate la capacità di vedere il mondo smascherato: la grande bugia con tutto il suo tessuto epiteliale costituito di ottiche e visioni tante quanto sono le pagliuzze che nevicano sull'ecosistema. Ma con una pelle che fa la sua muta sei miliardi di volte al secondo, la verità in questo sfaldarsi e ricomparire come l'intravedo, io? Non è facile campare quando ti elevi, è una bellezza strana, perché conduce con sé dolore bruciante e non è tedio o nichilismo: è consapevolezza piena che ad un dunque non si giunge mai per intero. L'integrale è sinonimo di cecità. Credo che quando s'impari a ponderare oltre il limite dovuto, quando si acquisisce cognizione di causa che la vita per quanto costellata di meraviglie, ribaltamenti inaspettati ed emozioni sia egualmente una grande bugia esistano poche possibilità di accettarla serenamente. Conoscere significa estensivamente vedere del letame ovunque, percepire la bellezza corrompersi e fa male, è disastroso notare l'erodersi della meraviglia, ti lacera dentro con solchi profondi e netti e non ci sono punti che possano ricongiungere gli argini di quelle ferite, argini abissali che col trascorrere del tempo più che lenirsi e prosciugarsi si esacerberanno e imputridiranno. A pensare oltre si rischia di giungere a un punto di non ritorno, è un deragliamento dei sensi in cui si disperdono le coordinate geografiche della stabilità. I criteri con cui approcciarsi alla verità vengono meno perché si assottigliano in un certo qual modo le sfaccettature quando le si scruta troppo 'ravvicinatamente' e allora i parossismi si pongono nella stessa gradazione dei banalismi inevitabilmente, quando si assaggia l'ottica del 'tutto è possibile', ma per sillogismi illogici dire 'tutto' è dire 'niente'. E in che luogo trovare posa? Se tutto è aleatorio, velleitario se il niente e la totalità danzano assieme creando scompiglio e confusione come disgiungere l'indistinto e incasellarlo in una definizione? Ché poi costringere in una definizione non equivale a ucciderlo? A sopprimerlo? A contaminarlo? Ad alterarlo? A soffocarlo? Una forma e uno spazio permanenti, fermi e immoti sarebbero l'ideale, ma l'ingordigia umana non s'arresterebbe perché noi siamo energia fluttuante, siamo stati ideati per muoverci e spaziare non viceversa per l'immobilità, quando nuotate... quando nuotate, la sentite l'intimità dell'acqua e il vostro transito naturale che vi sprona ad emergere? Ecco è qualcosa di molto simile quello che intendo, non saprei spiegarlo altrimenti. Poi vedete, sono fermamente convinta che il far sesso non coincida prettamente col piacere fisico tanto quanto collo stacco mentale dell'orgasmo, è un attimo eterno: in quella fascia transitiva non ti preoccupi delle bollette, del mutuo, del tuo capo, dell'amico che ti sputtana, del pensiero altrui e neppure di te stesso, nulla! Hai soltanto uno scopo cui ottemperare, un raggiungimento esclusivo su cui concentrarti e quando sopraggiunge la mente è glabra da pensieri, la piantano per un attimo di azzuffarsi e l'elettrocardiogramma psichico è lineare, ma non perché è piatto, perché tutto è teso a collaborare alla linearità che conduce a iniezione diretta dell'apogeo prefissatosi e che è preminente su qualsiasi altra priorità. E' uno stacco, un addio al reale, una dimensione atemporale. La realtà è che non si smette mai di lasciarsi pervadere dal dolore in questa vita, anche quando non v'è motivo apparente cerchiamo l'escamotage per bruciarci il polpastrello, siamo talmente tanto intrisi di malinconia e talmente tanto premuniti di vane difese predolore che senza accorgercene ci proteggiamo da quello di cui andiamo in cerca. Non è la vita a esserci avversa totalmente, la legge dell'alternanza prende vita dai nostri umori e dal nostro inconscio, dal nostro propendere naturale per lo svuotamento-riempimento dei serbatoi emotivi. Rendersi conto di troppe cose è meravigliosamente doloroso, perché quando ti elevi non puoi fare a meno di spiaccicarti contro un soffitto asfittico di realtà. Il mio dolore maggiore è essere disillusa e disingannata in età troppo giovane, avrei dovuto curare meglio le mie illusioni o perlomeno la mie omissioni deliberate di troppa verità, dal momento che sono caratteristiche più senili ed io ho arso sui roghi persino le tappe spettanti ai matusalemme. Le persone che riflettono troppo, le persone che s'accostano alle cose con maniacale voglia di comprensione avranno ancor meno vita semplice, ma almeno saranno sempre consci che il terriccio su cui poggiano le suole potrebbe da un attimo all'altro dileguarsi, e rimpiangeranno sempre l'ingenuità e l'inconsapevolezza non totalmente ma per alcuni versi, in quanto la pace è edificata ben spesso su componenti che esulano dal senso critico e dalla meditazione, e dall'introspezione; ciononostante ho optato per questo magma perpetuo, informe e sformante... mi scuso per i periodi sintattici a 'lungo fiato', avevo bisogno di una boccata d'aria.

Di Chiara Nirta