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C'è un'ora della notte che il mio sistema nervoso ha codificato come "ora elettiva". L'ora Clou. Irrilevante ch'io stia dormendo o sia destata, un fremito gelato percorre la mia spina dorsale allo scoccare. Spengo gli occhi.

Li stropiccio energicamente, per poi osservare (ad occhi chiusi, che singolarità!), tutto quell'aggrovigliamento di colori serpeggianti e frammentari come i romanzi novecenteschi: un'ammucchiata di rosso sensuale e venature gialle come folgori. Accanto al comodino, a sinistra, nel mentre la Penna attende prevantivamente. Lei lo sa, attende con me il fremito delle tre. A lei scricchiola l'inchiostro, a me il sangue. Il silenzio si fa solenne, rotto in certi punti da auto in lontananza che stridono sul selciato. Il resto è sibilo assordante di scuro, come di panno che assorbe. Attutisce, smorza. Come onde del mare metabolizzate dal bagnasciuga, ssssciabordii l e n t i. La penna sa e anch'io: alle tre si scrive sinceramente, la mente è troppo sfibrata ed esausta per concedersi il privilegio di mentire benevolmente, opponendo attenuanti alle situazioni, a qualche scelta lasciata sul comodino a lievitare per inerzia zavorrante. O timore, chissà... La mente è troppo divaricata in quest'ora antelucana, concentrata nell'espellere fantasmi fatui di parole o possibili rifacimenti di decisioni intraprese anni or sono, fantasticando mediante induzione illogica un'alternativa mancata e crogiolarsi, successivamente, nella nota asprognola dell'illusione che sarebbe andata meglio. Eppure pensavo che quest'ultimo fosse un esercizio da svolgere più propriamente durante quei pomeriggi piovosi e rannuvolati, quando non c'è null'altro di meglio da fare che torturarsi sul divano le mani, come risposta mancata ad un "chissà come sarebbe potuta andare". L'interminabile catena degli atti mancati, edificati tra i "se", i "ma" e qualche condizionale tarlato e poco credibile. Eppure un fremito alle tre... La realtà è che alle tre della notte si deve soltanto esondare, ma onestamente, privi di qualsiasi vittimistico compiacimento o di ire croniche lasciate al caso, quelle che di notte digrignano le zanne. Dunque nulla è alterato, solo sincerità. E' un incontaminato scrivere. C'è un tempo per ogni cosa, e quest'ora è il limbo temporale idoneo per imprimere. Cosicché la mia psiche alle tre consta della sua perfettissima lucidità sragionante e inviolata. Ecco esattamente quello che in quest'ora elettiva deve straripare: Ho osservato alcune rughe di mia madre poc'anzi in penombra, le segnavano gli occhi in piccoli anfratti che ignoravo, marcavano a testimonianza degli anni che sono scorsi all'impazzata sul suo volto, come se il tempo, paziente contadino, avesse arato a maggese le sue occhiaie. Erano rughe alternate. Alternate tra picchi di dolore e talaltri di felicità, qualche picco di gioia portava il mio nome mi accorsi, gliel'ho riconosciuto proprio a ridosso degli zigomi, allora ho sorriso anch'io (io sorrido di cose così), sommessamente, sssh, ché non si destano le mamme dai sogni belli. Che cosa singolare le epifanie! Joyce e i suoi magniloquenti contagi! Le epifanie si rincorrono e poi si schiantano sul tuo volto, costringendoti a riallacciarle ad altre: l'alternanza. Ah, sì. La vita è sul serio un'immensa furlana popolare danzata a quattro mani. Quattro per arrancare meglio. Quattro per poggiare le dita or sull'acuminato bilico or sulla stabilità nivea e parziale. Quindi, riabbracciandomi Giordano Bruno e applaudendo alla sua convinzione che l'Altalenante ci trae sempre in salvo qualche esiguo istante prima che il tedio ci inghiotta in quella (mia citatissima) vertigine blu di vuoto nichilista, ho avuto il mio disvelamento. Il Padre Kaos lo disse a ragion veduta che una realtà non ci fu data, che se proprio non vogliamo boccheggiare brancolanti nell'ancor più nulla siderale, dobbiamo rimboccarci le maniche ed assemblarla noi. "Io per me" l'ho edificata; su illusioni aderentissime che mi sono appositamente scelta, con calcinacci di macerie-utopiche, imparando a pensare Oltre. Pensare Oltre: che immenso ossimoro: L'oltre equivale ad illimitato (colonna d'Ercole vergine da calpesticcio), eppure al tempo stesso il limite più insormontabile con cui abbia mai battagliato. Il limite è dato da un'equazione di cui ho smarrito la cognizione per calcolarla, mi rammento esclusivamente il risultato: Post varco dell'Oltre non si ritorna mai più a ritroso. Mai più. Questo il limite, questa la conseguenza. Un prolungamento della tua persona rimane perpetuamente sporto "in limine" sul baratro dell'Invalicabile. Le conseguenze sono forti contusioni al filtrino della realtà, si divaricano crepe nel vaglio attraverso cui filtra il reale, sino ad avvertire il disinganno inocularsi universalmente fra le cose: persone; intendimenti; intenti; Tutto intravisto senz'illusione, cosicché l'olezzo della fandonia spira dappertutto, e vieni consequenzialmente catapultato nel bel mezzo (non del cammin...), di una fottuta biforcatura: O l'anchilosamento psichico (istigatore della diffidenza perenne), oppure l'interpretabilità e la creatività massima. Io ho imboccato quest'ultimo sentiero. La prima volta che avanzai il passo verso, neppure lo ricordo distintamente, lambiccandomi il cervello quello che ne fuoriesce mi conduce ad un ricordo. Avevo otto anni, credo. Otto anni, quel giorno alle elementari; faceva un freddo cane, rammemoro la figura vacua e stinta una maestra, la sola privilegiata collo "scaldotto" sulle ginocchia, l'altra accostata alla finestra e noi imbacuccate in giubotti rosa,  blu per i maschi. Il mio (l'unico) giallo, mi faceva cagare il rosa. Tutt'oggi a titolo informativo. Io ero l'oggetto della discussione tra la maestra d'Italiano versus maestra di Matematica, la tematica prevalente: la mia personalità/condizione scolastica. La maestra d'Artimetica, avanzando la sua disse " Parla troppo e non si spegne, cosa gliene ne importa nel bel bezzo degli esercizi di discutere delle lucciole a maggio? Se i suoi quadernoni di matematica sarebbero interamente da cestinare, poi!?" Con tanto di bocca arricciata dallo sdegno. La maestra d'Italiano mi rivolse uno sguardo d'intesa, sapeva che avevo le orecchie tese e recepivo. Di rimando le rispose, atteggiando le labbra con un sorriso che era sorriso e basta "Lei legge." Fu sufficiente. Mi risposi così anch'io in molti anfratti bui che attraversai nella mia vita, da allora "Io leggo",  e non è un vezzo. Io non sono niente, e leggo per far assurgere questo nulla a Qualcosa. Dopo aver proferito la maestra mi sorrise ancora una volta, più intimamente. Poi venne, mi carezzò i capelli: sapeva che non sarei tornata mai più indietro. Che avevo spiccato il volo, e l'ossigeno che ammortizzava il mio volo erano i libri-carburante che mi donava lei, le ore di matematica trascorrevano in loro compagnia. E arricciasse pure le labbra, l'altra. Non c'era verso. Io volavo. Perché dietro non potevo più, non posso più tutt'ora, né mai potrò, tornare. "Avanti, avanti, avanti" diceva L'Icaro Rimbaud scrutando il sole. Non ho mai smesso un sol giorno di macinare ideologie e idee, di Scrivere o comunicare con mutismi appositi, anche omissioni e reticenze, mai! La Parola e il suo vuoto erano tese a sca-n-di-re, ancor oggi, sempre. Ho sempre vissuto con sul groppone il peso della consapevolezza, al corrente come Laudisi che le realtà avessero centomila toni di voce e nessuna, che la verità canta in falsetto. Un dolore e un privilegio seguitare su una realtà scottante e disseminata di brace con piedi d'esule errabondo. Ecco perché la smania. Una boa permanente non c'è, forse soltanto un caos da ordinare sparpagliandolo. Ecco perché "Nessuna realtà ci fu data", ma quale poi? Signori, nessuno può giammai arrogarsi il diritto del giudizio sull'altrui esistenza, le verità come rette parallele coesistono e non si escludono, si fiancheggiano semmai, godendo della presenza reciproca in un grande reticolo ordinato e inestricabile, lo stesso che irrora le fibre del vivere. Chi può definire errore un gesto? Siamo oltrepassati da sensazioni brucianti a basso ventre ed involontariamente dobbiamo lasciarci trafiggere, malgrado la società benpensante e abbigliata in smoking a coda di rondine ci farfugli che non è "ammodo e dabbene", eppure ci lasciamo inermi veicolare e modulare: sono assaggi indomabili di primordialità ben spesso, quelli che ci spronano ad agire e noi siamo così fragili, eseguiamo e mosca! Ragion per cui, non puntiamo il dito, solidarietà e comprensione. La vita prova e fustiga tutti, e gli altri siamo noi. Tutti potenziali esecutori di grandi affetti o di pantomime indecenti che rimandano all'insulto. Decenza, non esecriamo l'inconoscibile. Molti individui spesso e volentieri scordano dell'esistenza degli errori perfetti, soltanto perché ignari dei meravigliosi ossimori coesistenti e del loro squilbrio stabile. Il fremito delle tre è inenarrabile. Crea tutto quest'andirivieni di idee smozzicate, inducendomi a chiedermi "chissà se qualche altro Scrittore pondera le stesse cose?" Ed allora ti immagino Scrittore. Narrandoti di queste notti amorfe. La pessima qualità anche del tuo sonno mi fa compagnia trapelando dai tuoi occhi semiappisolati sin qui. Immagino che le tue precedenti notti in bianco siano le mie future, per magia dell'anacronismo. E per "l'illusorietà" del tempismo siano sincroniche a tratti. Menomale che Montale mi rese partecipe del potere estensibile e sempre permeabile della Metafisica. Tutto si erode, tutto si corrode, soggetto alle usure del tempo, allo squassante fluire dei giorni, giammai Tu, l'Intangibile onnipresente ispirazione di notti insonni. Gli Scrittori si fanno compagnia sempre Oltre i loro giorni, in un dove che non ha tempo, nell'arazzo cui Montale impresse "il non luogo", cui non grondano minuti. Tutto incuneato nel pre, nel prima, nel proto, nella novella staticità del mutevole rinnovo sempiterno.