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"Ballo di San Vito" detto più convenzionalmente "Corea di Sydenham": encefalite che colpisce prevalentemente bambini e che consta di ripercussioni quali movimenti involontari o bruschi e repentini, ad ogni modo irregolari ed incontrollabili. Il "Ballo di San Vito" oltre a rappresentare questa disfunzione patologica psico-somatica ha assunto nel corso del tempo diverse connotazioni e declinazioni. 

 

I movimenti involontari e inarrestabili sono stati ricondotti alla danza della pizzica e della taranta. La taranta, o più comunemente tarantella ha interconnessione con i movimenti repentini e scalmanati che vengono prodotti dal ballante a ritmo di musica popolare rovente. La tarantella vanta una storia altrettanto singolare, nata in Salento secoli fa: molte donne costrette allora dal bisogno, erano obbligate a seguitare a piedi denudati e spesso venivano morsicate da un tipo di tarantola, chiamata Lycosa tarentula, volgarmente a causa del suo aspetto intimorente, fu definita invece tarantola lupo dal volgo; e colui il quale ne subiva il morso, secondo le credenze popolari per disfarsi del veleno e del consequenziale dolore doveva cimentarsi in danze frenetiche dai movimenti sveltiti e saltellanti in modo tale da sudare e secernere insieme alle secrezioni corporali anche l'eventuale veleno del ragno. Da qui si è propagata nell'Italia meridionale questa danza abbisognante per la salute (così si credeva), come vero e proprio ballo popolare, eseguito magistralmente in occasioni conviviali e cerimonie particolari, ma anche semplici festeggiamenti, avvicinandosi per le movenze accelerate e sensuali al ballo di San Vito e creando una vera e propria furlana danzante di gesti, caricandosi nel tempo di simbolismi onirici e popolari. Il famoso Ballo di San Vito, ma anche la tarantella in generale son stati guarniti successivamente di altre accezioni significative, è divenuta un tarantolante volteggiare di tradizioni ataviche dei Paesi del Sud, che consta di richiami evocativi quali irrequietezza; disadattamento; sensualità femminea; accentuazione della virilità maschile; rito benevolmente sabbatico di baccanti nottambuli in cerca di sfogo adrenalinico; meravigliosa comunicazione istintiva e primigenia dell'essere incontaminato e archetipo che conserviamo nei nostri anfratti più reconditi. Personalmente quando penso al Ballo di San Vito la mia mente lo riallaccia subitamente a danze primordiali, a sciamani del Sud che danzano abbacinati da falò e chiari di luna lattiginosi nelle reminiscenze estive di notti settembrine ancora escandescenti, al disadattamento di chi non è capace di stare immoto, ma che frenetico e febbricitante deve immolare a Bacco la sua convulsa voglia di vita, impressa e ricalcata tra pantomime veloci, tra saltelli su selciati grondanti arsura, come se il tarantato avesse perpetuamente incuneato sotto i piedi della brace rovente e fosse impedito all'immobilità. Una voglia perenne di fuggire parzialmente in gestualità impazzite e incontrollabili, proprio come la vera "Corea di Sydenham". Chi è stato pizzicato metaforicamente dalla tarantola della troppa vita è ben conscio che deve sfuggire senza soluzione di continuità verso nuove mete e nuovi apici esistenziali. Gli irrequieti del Sud, quelli ammorbati di troppa vita, appestati e madidi fin nel midollo osseo di meridione, che olezzano di muschi rinsecchiti delle tegole delle case degli avi, quelli che si specchiano voluttuosamente nei mari diafani meridionali, quelli convinti che sulla luna risiedano streghe buone con forni crepitanti di pane caldo come le nonne nei giorni cheti dell'infanzia, quegli individui che giocavano con sterpi nei pascoli freschi antichi dell'Aspromonte, quelli che emigrati ritornano nelle proprie dimore a Sud e i fiori notturni emanano fragranze di benvenuto per una presenza bambina, or cresciuta che hanno sempre atteso, quelli che sgambettano sempre all'impazzata con andature distanziate e velocizzate, loro sono consapevoli di esser stati morsicati dalla meravigliosa tarantola dell'esubero della troppa esistenza che li ammanta, e San Vito sghignazza a suon di "Luneddas" sardi, tamburi calabresi, fisarmoniche napoletane soddisfatto. I tarantolati cogli occhi spiritati e rigurgitanti immagini volteggianti come foulard, i tarantolanti adepti di Vinicio Capossela che immolano pantomime ai cieli d'agosto, i tarantolati disseminati per il mondo che gremiscono l'aria di schiamazzi antichi, quelli coi serbatoi degli istinti riempiti di vitalità altisonanti. Quelli che son stati mozzicati e ne ostentano imperiosamente la cicatrice come simbolo pieno di vita che si realizza, sempre permanente nel suo mutevole moto perpetuo di credenze e di tarli logoranti.

Di Chiara Nirta.