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C'era un passante oggi, gli occhi mi si sono incagliati sulle sue scarpe. Le sue caviglie solo, non c'entravano nulla, erano distonia, una bellissima alterazione incongrua. C'erano dei palazzoni con ornamenti gotici e altri barocchi, ho pensato alla Letteratura, per l'interconnessione al virtuosismo ampolloso, ma bello.

A modo suo. E c'erano le mie mani sudate, tremanti, come se non fossero capaci di reggere il peso di qualcosa che non saprei codificare. C'era la bocca riarsa e stucchevole, la saliva non defluiva, aveva il sapore metallico del sangue, solo in secondo tempo mi accorsi di essermi inavvertitamente smozzicata il labbro inferiore sino a lacerarlo. Avevo la testa reclinata in tram, occhi non chiusi, segregati... mi ero troppo riempita gli occhi d'immagini: passanti dal volto sparuto e rassomiglianti a visi furtivi di topo, o dagli arti troppo slanciati e poco proporzionati, passanti colorati come foulard e coriandoli impazziti, per il gioco di un carnevale crudele. Mi ero intessuta gli occhi di troppe sfumature, colpa imputabile a quel cielo che mi inghiottiva le pupille e delle nubi che si inoculavano nel bianco delle mie orbite. Gravitavano intorno e fuori dal finestrino in un circondario inaridito dal sole asfittico di città, i piccoli pianeti delle realtà di ognuno, li percepivo collidere colla mia di realtà e l'attrito che ne scaturiva si raggelava e riecheggiava nelle meningi, uno stridore inascoltabile ma obbligatoriamente udibile. C'era la mia testa pronta a implodere e il sangue ribolliva gorgogliando cupamente, le vene delle mani ispessite oltremodo, e i miei ritorni alla realtà traumatici per causa di clacson troppo audaci e penetranti mi sballottavano ulteriormente: necessitavo di Scrivere e urlare e lo sapevo. Una moltitudine di immagini accavallanti, caotiche ma comprensive di un ordine sparso e logico nella loro paradossalità. Dovevo scrivere o crepavo, perché avvertivo il cuore un passo avanti la psiche e io arrancavo. Udivo Ray Bradbury che urlava a Guy Montag "Riempiti gli occhi d'immagini, sei tu "l'Ecclesiasta", nulla si disperde mai sul serio, Montag!" C'erano immagini astratte e avvinghiate come serpi in calore, imperanti e peccaminose, rutilanti: una sequela insensata e dissennata che sgattaiolava e mi si intrufolava su per le narici, sentivo la vita aderirmi e soffocarmi se non ne avessi raccontato. Dovevo Scrivere e non c'era altro. Ora che l'ho fatto, posso dilatare il diaframma e ispirare. Posso dirmi viva, ancora.