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Tante sono le proposte e ancora di più le parole spese al riguardo, ma lo zuccherificio di S. Eufemia Lamezia, ultimo stabilimento saccarifero dell’Italia meridionale, dopo più di 70 anni si trova ancora in stato di totale degrado e abbandono.

 

L’inaugurazione dello stabile autorizzato del governo fascista, avvenne nell’agosto del ‘42, ma dopo appena quattro anni fu chiuso e i nuovi proprietari decisero di aprire un nuovo impianto a Strongoli, nel crotonese. La Struttura di S’Eufemia Lamezia era capace di lavorare 1.200.000 quintali di bietola in ogni stagione saccarifera, 600 operai erano impiegati all’interno dello stabilimento più l’indotto esterno, 100 camion al giorno in arrivo nel piazzale per portare via lo zucchero raffinato, 800 litri di nafta bruciata al giorno per fare funzionare l’impianto. Questi sono solo alcuni dei numeri che ruotano intorno allo zuccherificio.

Lo stabilimento è di proprietà della CISSEL, Compagnia Industriale Saccarifera, costituita dai fratelli Massara di Limbadi. Più volte in Consiglio Comunale si è parlato di situazione di degrado, tanti i progetti di riqualificazione dell’area presentati, ma l’attenzione non è stata mai posta sui problemi fondamentali e cioè la massiccia presenza di amianto all’interno dell’impianto, denunciata anche dal consigliere comunale Chirillo e testimoniata da un ex operaio dello stabilimento.

La CISSEL interpellata sulla questione nega la presenza di materiale cancerogeno, cosa che noi riteniamo impossibile visto che soltanto nel 1992 fu approvata la LEGGE 257 che vieta l’utilizzo dell’amianto che fino ad allora era stato uno dei materiali più utilizzati perché molto economico e veniva usato sia per le coperture che come ottimo isolante.

A questo punto, sarebbe opportuno verificare il reale stato dello stabilimento attraverso una ispezione tecnica autorizzata e competente, per non continuare a tacere e chiudere gli occhi davanti al problema essenziale di tutta la questione e che riguarda tutta la popolazione del lametino, cioè la quantità di amianto presente nello stabilimento, essendo state varie parti realizzate con questo materiale.

E’ risaputo che le fibre dell’amianto sfaldandosi possono essere mille volte più sottili di un capello umano e se inalate possono provocare varie patologie polmonari che vanno dall’insufficienza respiratoria a forme ben più gravi di cancro ai polmoni.

Il secondo problema che vogliamo evidenziare, e per il quale chiediamo un sollecito provvedimento, è la messa in sicurezza dello stabilimento. Come si evince dalle immagini prodotte, il “cancello” posteriore dal quale si accede nell’aria dell’impianto in realtà è inesistente, chiunque può avere libero accesso in un luogo, che come facilmente intuibile dopo tanti anni di abbandono totale, è pericolante ed in alcuni locali il tetto è addirittura crollato.

Possibile che non si comprenda che, per tutelare l’incolumità di noi tutti, bisognerebbe mettere in sicurezza un fabbricato pericolante e pericoloso? Non è possibile evitare l’evitabile? O in modo o nell’altro Lamezia Terme deve finire nelle notizie di cronaca nera? A questi quesiti si potrebbe dare una risposta certa ed efficace per noi, per Lamezia Terme, in nome di una società che voglia definirsi ambientalista e civile: chiusura accesso struttura e rimozione amianto.

 

Lamezia, 5 settembre 2012

 

Simona Vescio

Presidente Circolo Territoriale Futuro e Libertà

Ninetta Burgio” di S. Eufemia Lamezia