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Nel 1869 il biochimico svizzero Friedrich Miescher isolò una sostanza da alcune bende, che allora chiamò nucleina, e che tutti noi oggi conosciamo come DNA.

E grazie al lavoro di Enzo di Fabrizio, direttore del dipartimento di Nanostrutture dell’Istituto di tecnologia di Genova e professore all’università Magna Graecia di Catanzaro, e della sua equipe di ricercatori, da dicembre del 2012 siamo finalmente anche in grado di “vedere” coi nostri occhi questa famigerata molecola dell’”ereditarietà”. Già perché il famoso modello a doppia elica di Watson e Crick, quello che troviamo sui nostri libri di scuola per intenderci, non è stato costruito su un’osservazione diretta del DNA ma basandosi su immagini da diffrazione a raggi X.

Quello che invece hanno fatto i nostri ricercatori è stato invece osservare direttamente il DNA con l’uso del microscopio elettronico, operazione mai riuscita prima, fino a oggi. Questo è stato possibile grazie a una particolare tecnica che permette di distendere il filamento e di sospenderlo nel vuoto. L’immagine che ne è stata ricavata ha fatto il giro del mondo, e molto probabilmente finirà sui futuri libri didattici delle nostre scuole, ad affiancare il modello di Watson e Crick.

Come successo con la scoperta del Bosone di Higgs qualche tempo fa, ancora una volta abbiamo una conferma (e stavolta sperimentabile coi nostri sensi, potenziati dal microscopio) che le teorie che abbiamo elaborato e che stiamo seguendo rispecchiano molto bene la realtà, con buona pace di tutte le persone che affermano la supremazia della pratica sulla teoria, o dei sensi sull’immaginazione. Come fa notare Edoardo Boncinelli sul suo articolo su Le Scienze, i metodi di indagine e di ragionamento che stiamo seguendo, anche se diversi tra loro, convergono tutte verso una visione unitaria e non ambigua della realtà.

Oggi possiamo vedere coi nostri occhi che Mendel aveva visto lontano, pur non vedendo “niente”.

 

Antonio Sagoleo